LA LETTERA CHE AVREI (FORSE) VOLUTO

Forse sarò io una persona complicata, e forse sono io a non capire con esattezza il mondo che mi circonda. Ma avrei tanto voluto delle spiegazioni; prima di iniziare a capire avrei voluto qualcuno che mi dicesse, che mi spiegasse, come va davvero il mondo. E invece mi hanno illuso. Mi hanno fatto credere in una favola, in una meravigliosa favola, dove le famiglie si vogliono bene, l’amore è meraviglioso e le persone sono sincere. Purtroppo non è così. Sono cresciuto conoscendo il dramma della vita di tutti i giorni. Ed è per questo che avrei voluto almeno una lettera . . . fatta anche solo di quattro parole messe in croce, che mi spiegassero in breve perché sono qui, e perché non sto bene con me stesso, e di conseguenza con gli altri, e con la mia famiglia. Quindi è per questo che credo che ogni singolo genitore, prima di far nascere una piccola creatura indifesa, dovrebbe almeno scrivergli a quest’ultima la verità. Non quella fittizia e neanche quella approfondita sulla vita, NO! Quella verità che noi tutti sentiamo dentro di noi.

Ed è per questo che oggi voglio scrivere quella lettera che forse, avrei voluto avere dai miei genitori; quella lettera che almeno mi poteva dare, se non tutte le spiegazioni, almeno una piccola bozza di sincero amore. Quella lettera che credo ogni genitore dovrebbe scrivere al proprio, ai propri figli.

Inizia così … ancor prima di sapere il tuo nome, il tuo sesso, il tuo pensiero, eccomi qui a scriverti; Forse non capirai mai se queste parole ti vengono scritte da tua madre o da tuo padre, ma non è questa la cosa importante; la vera questione che ci ha spinti a riunire questi pensieri ancor prima di conoscerti, è farti capire il perché di alcune cose.

Non so quando avrò il coraggio di darti questa lettera, e se sarò io a leggertela, spero di si, spero che saremo così amici da poterlo fare; spero che saremo una cosa sola, senza segreti l’uno con l’altro, spero che tu mi dica tutto di te, dalla scuola, ai sentimenti, alle sbronze, al sesso, alle droghe; e spero di riuscire a fare lo stesso anch’io con te.

Se ti sto scrivendo queste parole, è perché credo che tu debba avere delle spiegazioni, che nessun altro può darti. Qualcuno proverà a farti credere che sei stato un progetto divino, oltre che un nostro progetto, fatto da tua madre e da tuo padre. In verità sono qui, anche per scriverti questo; Tu non sei stato progettato a tavolino, così come si fa con un prodotto industriale. No! Così come tu non sei stato ne progettato, in verità non sei stato neanche pensato, ne deciso. Purtroppo ci siamo accorti troppo tardi della tua esistenza, che poi non sappiamo neanche se in questo momento tu esisti per davvero, o sei solo un piccolo elemento, forse pensante forse no. Sai, è brutto da dire, ma ti scrivo anche per questo; Molti dicono a tua madre di abortire. Probabilmente quando leggerai questa lettera capirai anche cos’è l’aborto. Ora non siamo, o meglio non sono qui a spiegarti se è una cosa giusta o sbagliata, dal punto di vista politico, sociale, e religioso. No! Sono qui per scriverti che se qualcuno è saltato fuori con questa parola, è perché tu potresti essere un ulteriore costo, così come un’azienda in un bilancio, guarda costi e ricavi, bhe anche noi come famiglia stiamo facendo una sorta di bilancio; Lo so, ti ho appena detto che non sei un progetto industriale, eppure ci stiamo comportando proprio come un’industria, che rifiuta la produzione di un prodotto, semplicemente perché non conveniente per il suo fatturato. Sarà una decisione difficile ma, sai una cosa, questa lettera magari alla fine ci porterà a capire anche se sia il caso o meno di continuare. Per ora voglio far finta che tu un giorno possa leggere questa lettera, voglio far finta che quando la leggerai, avremo già passato un sacco di tempo insieme, un po’ come si dice come formula del matrimonio, “Nella Buona e nella Cattiva Sorte”. Voglio dirtelo, probabilmente non avrai vita facile, già adesso tuo padre e tua madre hanno diversi problemi, e questi problemi li porta a confrontarsi in modo alquanto vivace. Sinceramente spero, che quando tu sarai già grande queste discussioni non ci saranno più, e soprattutto spero che queste nostre discussioni, non ti portino in nessun modo ad odiare la tua famiglia. La famiglia deve essere per te la prima cosa a cui dovrai pensare. Eppure ho paura che queste discussioni, che poi che parola assurda discussione, chiamiamoli come dovrebbero essere chiamati, bhe spero che i nostri Litigi non ti deviino, dalla tua idea di famiglia; anche se a volte siamo noi stessi i primi a non aver più fiducia, quando questi litigi vanno OLTRE, nella parola famiglia. Sai, vorrei darti una definizione di famiglia, che ti possa aiutare in futuro, ma sai cosa!? Non mi viene. In un certo modo questa lettera, vuole secondo me essere una garanzia, da usare quando per alcuni problemi che mio malgrado sopraggiungeranno, Grandi problemi, tu un giorno debba decidere di allontanarti da noi, perché, e spero non succeda mai, tu un giorno ti potresti stancare di noi o ancor peggio, magari un giorno penserai che la tua famiglia ti avrà deluso. Forse è più per questo che ti scrivo, per poterti dire già ora, che in una famiglia è normale, che a volte le cose non vadano come devono andare. Magari un giorno tu verrai sballottolato da una famiglia ad un’altra. Non lo so. Magari un giorno tua madre e tuo padre potrebbero non stare più insieme. Non lo so. Magari un giorno uno dei due si stancherà dell’altro, magari tu un giorno potresti addirittura scoprire uno di noi tradire l’altro, e decidere di smetterla con questa famiglia fittizia, e potresti decidere il peggio, andartene, disconoscerci, o addirittura cose ancora più brutte, ed è proprio per questo che ti scrivo, per dirti che le cose potranno anche succedere, ma se ti sto già immaginando come mio figlio/a e perché probabilmente già ti voglio un bene inimmaginabile. Chissà se sarai più come tuo padre, o come tua madre. Chissà quale sarà la tua prima parolina. Sto già sognando il tuo matrimonio. Chissà se crederai in Dio. Chissà quante volte litigheremo. Chissà quante brutte cose ti dirò, e quante brutte cose tu penserai di me, noi. Spero dopo tutto che alla fine nel bene o nel male, tu possa cercare del bene in noi. Ti ripeto, probabilmente sbaglieremo molto come genitori, ma devi pensare a tutti i sacrifici che faremo per te. E non pensare, mai è poi mai di essere in debito con noi, per questo. Certo a volte te lo faremo pesare, a volte in malo modo potremmo urlarti addosso tutto quello che abbiamo sopportato per il semplice fatto, di non aver deciso di abortire. Ma saranno parole buttate all’aria. Saranno parole dette, ma non sentite. Spero davvero di non doverti sentire piangere, magari da dietro una porta, a causa mia. Vorrei già adesso, scusarmi per ogni mio schiaffo, o per ogni punizione che ti darò. A volte sarà per educarti, a volte sarà a causa del nervosismo, magari dato dal lavoro, magari chissà dato dalla stessa famiglia, quei famosi litigi di cui, se leggerai questa lettera, probabilmente avrai vissuto. Sai un giorno anche tu ti innamorerai, e sarà normale, affrontare delle discussioni con la persona che ami, e sai una cosa, in queste discussioni, a volte ci si ferisce più di quanto vorresti davvero. Ma in quei momenti, tutto sale a galla! Le corde vocali si riscaldano, il viso diventa paonazzo, le mani non riescono a star ferme, e le parole escono fuori da sole, senza controllo, senza umanità, SI! Anche senza amore. Con questo non voglio dirti che l’amore viene e va, così dal nulla. Ma certo è, che l’amore non ha padroni. Un giorno ami alla follia quella persona, e il giorno dopo hai voglia di lanciargli il primo soprammobile che hai in casa. Ma non vuol comunque dire che dentro di te, quella cosa che hai provato magari per anni, possa scomparire dal nulla. L’amore è come il tempo, non puoi comandarlo, ma lascia sempre, sempre, sempre tracce del suo passaggio. Sta a te, capire se quelle tracce sono belle o brutte. Ora io non so se la nostra famiglia durerà o meno, e se tu leggerai questa lettera nella nostra casa, ma una cosa è certa, se tu leggerai questa lettera, tu sei la traccia di qualcosa. Positiva o meno, sarai una traccia, se non di un amore, magari di un’intesa tra due persone che hanno deciso di sacrificare qualcosa di loro per te. Forse un giorno faremo qualcosa, o a volte molte cose, che ti porteranno ad odiarci, e forse farai bene ad odiarci, ad allontanarci, ma pensaci se avrai la possibilità di farlo, e perché qualcuno, in questo momento noi, anche se poco, anche se male, abbiamo deciso di farti crescere. Lo so, tu ora dopo questa lettera, potresti ribattere, che sarebbe stato meglio l’aborto a questa vita, magari piena di brutte cose, magari triste, magari poco appagante, magari piena di insoddisfazioni, oppure piena di brutti litigi tra tua madre e tuo padre; certo potrai sputarmi in faccia tutte queste cose, e io probabilmente non avrò nessuna argomentazione da porti, così come non la ho adesso. Ma se posso vorrei solo ricordarti, sperando che ce ne siano, bhe vorrei solo ricordarti quei pochi e magari rari momenti in cui hai sorriso. Questa lettera probabilmente vuole solamente questo, ricordarti questo, che anche se le cose magari un giorno non dovranno più andare come dovrebbero, potrai sempre e comunque contare sulla follia di alcuni momenti di pura felicità. Perché ricordarti che la vita è questa secondo me, dei puri attimi di semplice e felice Follia.

Un bacio

Essere o non essere!

Ho iniziato a scrivere, non per diletto né tanto meno per passione, più che altro mi ha spinto a farlo una voglia di esprimere me stesso, in un modo diverso dal solito, in un modo punto. L’unico modo per esprimermi a questo punto. Perché si, non sono un gran che bravo a esprimere certe emozioni; pensate alla prima emozione che vi viene in mente, ecco non saprei esprimerla sicuramente. Alcuni prendono i propri pensieri, brutti o belli che siano, e li riversano in un contenitore, la maggior parte delle volte, questo è fatto di carne e ossa, solitamente questo contenitore viene definito, amico o amica. Lo so che questa definizione di amicizia è alquanto asettica, e sono il primo a non credere a questa mia stessa definizione, in quanto credo che l’amicizia sia qualcosa di molto più grande. Eppure guardiamoci, l’unica cosa che sappiamo fare e riversare i nostri problemi, in qualcuno, per il semplice fatto di poterci sentire almeno un po’ meglio. Prendete i social, condividiamo per il semplice fatto di far parte di qualcosa, condividiamo cose che probabilmente a voce non riusciremmo neanche a esprimere. Altro non facciamo che prendere le nostre paure, i nostri pensieri, i nostri sentimenti e metterli al centro di un tavolo, così che anche le altre persone possano assimilare parte di questa informazione, elaborarla e farla loro, così che ci possano in un modo o nell’altro capire. Anche in questo modo abbiamo riversato parte di noi in qualcuno. Siamo delle matrioske. Dentro di noi, vivono altre persone, altre storie che non ci appartengono. Eppure costruiamo noi stessi, anche attraverso storie dettate da altre persone. Viviamo la vita, non attraverso la nostra semplice esperienza, ma attraverso l’esperienza di diverse persone che ci hanno dato una parte di informazione della loro avventura personale; Sommando poi le diverse esperienze, e andando ad analizzarle nel loro complesso, ci prendiamo il lusso di criticare la vita, anche se in fondo non sappiamo neanche cosa sia la vita. Facciamo solo finta di vivere. Siamo solo umani non ESSERI. Eppure crediamo di saper tutto di come si vive, di cosa bisogna fare per vivere, di come ci si comporta per poter vivere, siamo proprio una razza molto evoluta. Sappiamo cos’è la vita ancor prima di vivere, più evoluti di così non si può. Ed è qui che casca il palco di tutto secondo me; pensiamo che condividere le nostre esperienze sia parte fondamentale della vita. Ci insegnano fin da piccoli che condividere sia importante. Di padre in figlio, e così via. Ma condividiamo davvero le giuste informazioni? Siamo sicuri, che condividere, una storia un’esperienza non sia dovuto invece ad una nostra paura di essere dimenticati, o addirittura di dimenticare qualcosa? Siamo sicuri che la nostra condivisione invece non sia data da una nostra paura di rimanere soli? Condividere ormai sta diventando la parola più famosa dopo consumare; prima si diceva “Ora et Labora”, mentre oggi sembra quasi che ci dicano “Consuma e condividi”, consuma il tuo tempo condividendo sempre più informazioni, assimila informazioni, consumale, ormai sembra una catena di montaggio. Ogni giorno recepiamo così tante informazioni, che ormai non sappiamo più valutarne l’importanza, non sappiamo neanche più catalogarle, tutte ci sembrano importanti e allo stesso tempo ci sembrano spazzatura. O stiamo diventando troppo cinici, o davvero ormai non sappiamo più dare importanza alle cose, e per cose intendo quelle vere quelle giuste. Stiamo diventando una moda, e le nostre parole, i nostri pensieri, sembra che stiano diventando degli accessori da indossare, per renderci più o meno importanti, più o meno popolari; usiamo la condivisione per sfilare davanti a un mondo di critici autorevoli, nella speranza che apprezzino le nostre idee. Più “mi piaci” hai, più sei popolare. Essere Popolare; Essere Umano; Essere. Chissà quale definizione di “Essere” è più importante al mondo d’oggi.

Chi non muore, si rivede….e può ancora sognare.

Molti vi diranno che sognare fa male, e non hanno tutti i torti, anzi hanno pienamente ragione. E’ vero sognare fa davvero male, lo dicono gli esperti, forse i dottori, e magari anche qualche stupido studio dell’università di Oxford, o della California chissà. Sognare ti porta a pensare troppe cose in troppo poco spazio, e in troppo poco tempo. Ci sono persone che la mattina si svegliano e pensano alla lista della spesa, o al fatto che sono in ritardo per andare a lavoro; ci sono poi anche persone che non riescono neanche a dormire, perchè magari pensano all’amore, al proprio ragazzo, alla propria ragazza, o magari semplicemente hanno bevuto troppo caffè nell’arco della giornata. Di persone che pensano che sognare faccia male, ce ne sono davvero tante sapete?! Pensano che se sogni troppo, e troppo spesso, arriverai prima o poi a esser deluso dai tuoi stessi sogni, e con molta probabilità, questa delusione ti porterà a esser stufo della vita, perchè la vita ti porta solo brutte cose, brutti pensieri, insomma non ti da mai quello che davvero vorresti da lei. Tutta questa delusione ovviamente, pensano che poi, la riverserai su di loro, e sinceramente loro, non hanno bisogno di altri sbattimenti a cui pensare, e non vogliono star dietro a una versione 2.0 di Peter pan. Probabilmente quando ti dicono che “chi dorme non piglia pesci”, in verità vogliono dirti che sognare non porta denaro, non ti da un guadagno, una vita stabile, un famiglia, un conto in banca, una borsa di Prada, una macchina, e tanto altro. NO, non porta nulla di tutto questo. Ma ora devo dirvi la sincera verità. Chi sogna davvero, e ci mette il cuore in quello che sogna, non vuole nessuna di queste cose. Chi viaggia con la testa e con il cuore, non vuole neanche scappare da una realtà, o da una situazione complicata. Chi sogna semplicemente, VIVE; e lo fa molto di più di chi si sveglia pensando alla lista della spesa, o al lavoro, o ad altre forme di “responsabilità” civile o sociale. Sognare non vuol dire avere la testa fra le nuvole, ma significa poter effettivamente toccarle quelle nuvole, significa, poter guardare il mondo da quelle nuvole, e da quella vista più ampia del mondo, poter progettare qualcosa di più grande di una giornata di shopping. Sognare ci rende umani. Sognare non è un male da dover curare, ma è la cura stessa al male che ogni giorno ci facciamo, cercando di essere razionali, di essere puramente realisti, senza anima senza gioie. Le giornate passano veloci, secondi, minuti, ore, mesi, anni .. senza un pizzico di pazzia, di euforia. Sembra che la massima gioia dell’uomo sia ottenere le ferie, o vedere una busta paga con ottanta euro in più. Certo lo so qualcuno, può dirmi che sognare non riempie lo stomaco, ma devo ribattere a questa affermazione, perchè sognare ti riempie il cuore, e sapete una cosa, in questi anni in questi periodi, forse si ha più bisogno di un cuore pieno che di uno stomaco sempre più voluminoso;

Il fermo dello scrittore, o il fermo del viaggiatore?

Vi siete mai sentiti, nel vero senso della parola fermi? Intrappolati in un limbo, incapaci di cambiare, sia la vostra situazione, sia voi stessi come persona, come carattere, come idee, come scopi, come obbiettivi. Io in continuazione! Guardo la mia meta, la mia idea di viaggio vista dal punto di vista puramente filosofico, ideologico, cioè in pratica, quel viaggio che vorrei compiere, per potermi conoscere meglio, per poter capire quel qualcosa in più che ora come ora mi manca, o che non riesco ad afferrare, anche se mi sembra d’averlo sulla punta della lingua, ma mi sfugge continua a sfuggirmi giorno per giorno. Guardo in fondo alla via, e non riesco a vedere nulla, solo buio, solo rassegnazione, e mi viene il panico, devo dirlo; Eppure so esattamente cosa voglio dalla mia vita, o meglio so quali sono le mille cose che vorrei fare nella mia vita, anche se, come tutti noi sappiamo, non si sa neanche quanto dura questa vita, ma non è certo della morte che ho paura, anzi, forse quella, scusate la drammaticità dell’affermazione che sto per fare, ma quella è l’unica mia certezza, non tanto religiosa ma più che altro scientifica della vita, della mia vita. Eppure poi capitano alcune giornate, come queste, in cui mi sveglio e mi sembra tutto così fottutamente facile; mi guardo dentro, e non ho neanche bisogno di riflettere che subito so già come affrontare un determinato problema, mi sento libero, mi sento senza catene, so che al mondo non ci sono solo situazioni impossibili, ma ci sono anche le soluzioni per queste situazioni. E poi tutto ad un tratto, il NIENTE, come se per sbaglio avessi premuto il tasto reset delle mie sensazioni, e dovessi in un certo qual modo ri-imparare tutto quello che so di me e della mia vita in generale; mi fermo immobile a guardarmi, per poter cogliere qualche cambiamento, ma non riesco a percepire nulla, solo un certo rammarico per aver perso tutta quella sicurezza che avevo prima o che ho sempre creduto di avere, magari nascosta da qualche parte dentro di me. Sicurezza, che parola spaventosa. Ormai chiunque la usa per definire un probabile futuro, in cui desidera essere rispetto a questo presente pieno di incertezze. Ormai qualsiasi persona desidera, più di ogni altra cosa sicurezza, economica o lavorativa, magari sentimentale, familiare, ogni tipo di sicurezza che si possa pensare. Solo sicurezza, ormai l’adrenalina sembra essere solo un ormone, un mediatore chimico, un qualcosa di spiegabile solo in un laboratorio chimico; l’adrenalina non è più un termine che potrebbe descrivere uno stile di vita, un momento della propria giornata, o un esatto momento che si sta vivendo chissà proprio ora, no non è più cosi.

Ormai sembra che nell’aria, non ci sia neanche abbastanza Ossigeno per poter respirare a pieni polmoni, e potersi rilassare anche solo per un istante, per poi poter ricominciare a vivere, a sentirsi vivere, per poter poi dare una marcia in più alla nostra vita. Sembra praticamente che pian piano la chimica stia andando via da questo mondo, per far spazio alla meccanica rigida di questa società che ti obbliga a restare immobile, in uno stato di perenne ansia, e preoccupazione. Ansia, paura, futuro, ormai queste parole stanno diventando parte di noi, ci stanno cambiando, sempre di più; ogni secondo che passa ci cambia, sempre più preoccupati, impauriti, fermi, immobili. Sembra ormai che non riusciamo a cogliere altri termini, più positivi, o almeno più ottimisti; non riusciamo più a vedere il bello delle sfide, vediamo solo la difficoltà di queste, vediamo l’insicurezza che queste ci portano, vediamo un muro, non l’infinito dietro un cespuglio, vediamo solo l’assoluta negatività nel perseguire un obbiettivo. Ogni cosa che facciamo, e dettata da programmi, da calcoli, analisi, che portano a complicare la cosa stessa, senza lasciarci liberi di osare, di immettere nel nostro circolo sanguigno quell’adrenalina che sembra essersene andata insieme all’ossigeno da questo mondo. Forse è questa la soluzione, dovremmo far tornare l’amore per la chimica in questo mondo, e insieme alla chimica far tornare quel senso di libertà che ogni persona dovrebbe avere, quel senso di menefreghismo e anarchia mentale che porterebbe un po’ più di pepe in tutti e dico tutti noi; potersi buttare su un prato verde, senza pensare al fatto che ci si possa sporcare, andare in giro a fare una passeggiate potendo fischiettare senza pensare che la gente possa pensare male, poter correre sotto la pioggia senza pensare alle conseguenze, comprare un biglietto il giorno prima di essersi decisi di partire per una meta sconosciuta, poter prendere uno zaino e poter partire per chissà dove senza dover pensare alla famiglia alla carriera alla sicurezza. Da oggi insomma, non voglio più essere fermo, non voglio essere più sicuro, ma al contrario voglio essere sempre e dico sempre più INSICURO, voglio da oggi mancare di sicurezza, e poter scappare da tutta questa rigida condizione. Vorrei essere quello che davvero sento di essere!! Cosa!? lo scoprirò solo vivendo.

“siate affamati. siate folli.”

Nell’attesa: Io intanto Aspetto!

Lo so il titolo di questo articolo svela tutto e niente, e a molti potrebbe suonare illogico e irrazionale, addirittura grammaticalmente patetico, ma sapete una cosa, mi descrive, e non sapete neanche quanto, in un certo senso descrive anche molti di voi, anche se VOI non lo sapete. Era ovvio, che quel titolo dovesse centrare qualcosa mi direte voi, e sarebbe stato abbastanza inopportuno da parte mia deviarvi dall’articolo e quindi dalle mie stesse parole; non sono un’illusionista e non voglio nascondere nessun trucco al mio pubblico.

Eppure, è di questo che tratta l’articolo, non di trucchi sia chiaro, ma di parti nascoste, di cose non viste, di scene mai vissute, in un certo senso, parla di illusionismo, parla di come si possa maneggiare la realtà, in modi che a volte possono sembrare addirittura complicati, ai nostri occhi, e molto spesso anche ai nostri cuori, per poter far credere ad altri e in primis anche a noi stessi, che c’è qualcosa oltre la normalità, oltre l’effettivo ragionamento analitico della mente. Quel “qualcosa” non è di certo magia, anche se molti ci vorrebbero credere a quest’ultima, perché significherebbe poter sfuggire alla realtà, alle problematiche, alla patetica vita che alcuni magari vivono, NO! quel “qualcosa” non è di certo magia mi dispiace, ma anzi è pura chimica, è pura realtà, anche se molti non riescono a spiegarsi il fenomeno che sta dietro a tutta questa apparenza.

Ora, sono sicuro che molti di voi in questo momento staranno cercando un e-mail, o un numero per contattarmi, per chiedermi il numero e il nome dello spacciatore che mi ha donato tale e presunto trip letterario, e quasi filosofico, ma devo dirvelo, oltre a essere illegale per quanto concerne l’attuale legge italiana, sarebbe comunque impossibile da parte mia darvi tali informazioni, perché non sono le sostanze psicoattive a spingermi quest’oggi a scrivere questo articolo, e di certo non sono qui per scrivervi un poema come “alice nel paese delle meraviglie”, no quello che mi spinge a scrivervi di magia, di illusioni, di attese, è la speranza, brutale e affascinante allo stesso tempo. Spiegarvi ora come questa parola “speranza”, possa in un certo qual modo appropriarsi di così tante espressioni, e possa centrare qualcosa con questo articolo, con questo titolo, sarà abbastanza difficile per me, ma cercherò di essere il più semplice possibile, per portarvi alla mia stessa conclusione, che sarà poi, ovviamente assimilata da voi in diverso modo, cadendo forse nel mio trucco di prestigiazione.
Per poterlo fare, mi aiuterò con parole non mie, in quanto sono troppo belle per appartenermi, che fanno parte dell’opera di giuseppe verdi, “La traviata”, ovviamente non sono qui a raccontarvi la storia, e non vi dirò da chi tali parole nell’opera sono state pronunciate; quel che importa è l’emozione che queste affermazioni, coscienti o incoscienti che siano mostrano.

Ah sì, da un anno.
Un dì, felice, eterea,
Mi balenaste innante,
E da quel dì tremante
Vissi d’ignoto amor.
Di quell’amor ch’è palpito
Dell’universo intero,
Misterioso, altero,
Croce e delizia al cor.

Da queste parole salta subito all’occhio come un amore, o la speranza per un amore, di qualsiasi tipo esso sia, porta all’interno dell’animo umano emozioni contrastanti, e allo stesso tempo perfettamente collegate come parti di un puzzle; parallele e coincidenti, infinite e pur sempre limitate, quasi sospese nel tempo, un tempo indefinito certo, che diventa una “croce e delizia al Cor”, così come guardando uno spettacolo di illusionismo, aspettiamo la magia, la speranza per quell’illusione, che ci tiene tutti quanti con il fiato sospeso, così aspettiamo ugualmente con speranza quell’amore.

Ed è quindi questa la speranza di cui prima vi parlavo, un miscuglio di emozioni, così intimamente collegate da sembrare un tutt’uno, così come una persona triste si maschera di un sorriso, magari nell’attesa di partire, nell’attesa di prendere il proprio volo, la propria strada, o magari semplicemente per poter prendere coraggio e affrontare i suoi obblighi di studente universitario e poter far credere ad altri di potercela fare; ecco dove sta l’illusione, il mero trucco da quattro soldi che la gente usa per sentirsi quello che non è, ed è per questo che aspetto, per potermi godere meglio lo spettacolo, magari un po’ più da vicino, e poter in questo modo cogliere, la vera magia, il colpo di bacchetta, che mi porti magari chissà, nel paese delle meraviglie. Io intanto nell’attesa, zaino in spalla e m’incammino.

Esplorate, sognate,scoprite

“Tra vent’anni sarete più delusi per le cose che non avete fatto che per quelle che avete fatto.

Quindi

mollate le cime, allontanatevi dal porto sicuro.

Prendete con le vostre vele i venti.

Esplorate, sognate,scoprite. (M. Twain)”

Eccoci qui finalmente con il mio primo articolo, forse quello più importante per molti blogger, forse quello da cui dipenderanno tutti gli altri articoli, quello decisivo insomma. Sono però sicuro che con queste mie parole, mi brucerò la maggior parte dei visitatori, perché bisogna dirlo, alla maggior parte di questi non interesseranno le mie parole, i miei pensieri relativi al modo con cui affronto la mia “droga”, la mia dipendenza cronica dal voler viaggiare.  Proprio così, viaggiare, quell’azione per alcuni impulsiva, per altri pensata, ma comunque così puramente eccitante, da darti quella scossa di adrenalina, quel brivido dietro la schiena che solo quello basta per farti capire quanta emozione c’è in questo gesto. Molti pensano che viaggiare sia sinonimo di scappare, allontanarsi dai propri problemi, o da quella fonte di problemi, che ogni giorno ci sovrasta; forse quelle persone avranno pure le loro ragioni a pensarla così, ma detta sinceramente, non è quello che io penso del viaggio, ed essendo mio questo “spazio” queste parole, allora dovete almeno darmi il tempo di spiegarvi cos’è davvero per me questa azione così esaltante ma anche così difficile da compiere. Non voglio sembrarvi egoista, ma come in ogni cosa, bisogna sempre vedere le cose da un’angolazione diversa, per riuscire a percepire al meglio, e con esattezza, quello che una persona vuole farvi capire, quindi eccomi qui con la semplicità (o almeno spero), delle mie parole a parlarvi del mio viaggio o comunque del significato che ha per me il verbo viaggiare.

La storia, come ogni storia, inizia dal principio quando ero ancora un bambino alle prime armi, ancora intontito dalle fiabe e dalle filastrocche della maestra, che raccontavano di mostri e principesse, anche se, qui lo dico e qui lo nego preferivo la nintendo, con super mario, che praticamente mi raccontava storie molto simili a quelle della maestra, per esempio il livello dove bisognava salvare la regina, che è ancora impresso nella mia mente, e che mi faceva pensare molto spesso al perché andassi a scuola se poi praticamente la maestra mi andava a copiare tutta la storia di super mario, ma questa è tutta un’altra storia; comunque senza dilungarmi troppo sulla bellezza di super mario, per me da bambino purtroppo o per fortuna viaggiare significava essenzialmente e in poche parole, il dover trasferirsi da una casa all’altra dal mare alla montagna; e la cosa sinceramente non mi pesava così tanto, anche se ogni volta significava dover lasciare cose e persone che con molta probabilità sapevo non avrei più rivisto o comunque per la quale, non avrei più provato niente una volta dimenticati. Se sono sicuro di una cosa ora, e che da bambini è più facile dimenticare, o almeno per me è stato così, forse perché non volevo ricordare, forse perché sapevo che se avessi ricordato anche solo un amichetto sarei partito a piangere, e con molta probabilità uno dei miei fratelli m’avrebbe dato della femminuccia, quindi tirando le somme, è stato meglio così. Crescendo ho poi capito che cambiare casa, non era proprio un viaggio, ma era più una necessità che spinge le persone a tentare la fortuna in un’altro luogo, e in compagnia di altre persone, perché si spera in una vita migliore, e se si ha una vita migliore si ha una maggiore felicità, ma anche questo forse non è del tutto vero, perché crescendo sempre di più ho capito che non è proprio la stabilità economica a rendere felici le persone, soprattutto perché la stabilità economica in generale in una famiglia sembra non esistere del tutto, è un po’ quando si parla di babbo natale o la befana, esistono nell’immaginario comune ma non sono reali, non sono per definizione tangibili in un certo senso; e così ho visto, diventando adulto, anche se non mi definirei del tutto adulto (credo d’avere il complesso di peter pan), persone che hanno lasciato la propria vita per cambiare casa esser in generale, ancor più tristi della nuova situazione, perché dovevano praticamente sopravvivere per mantenere il loro status quo. E allora vai nel caos più profondo, non capisci più dove sia finito quel “vissero tutti felici e contenti” che c’era alla fine di ogni storia della maestra, quel “the end” alla fine di ogni film o cartone della disney, che dipingeva mondi così meravigliosi da volerci entrare per quanto belli erano e allora capisci o forse t’illudi di capire, che non sono le certezze a rendere le persone felici, e forse è proprio per questo che le persone giocano per esempio ai gratta e vinci, per poter sentire grattando quelle schede una sensazione di perdizione, sentire quel salto nel buoi che potrebbe in un qualche modo portarci in uno stato d’euforia generale, portarci a qualcosa a un qualche stato che quel gesto del grattare potrebbe darci, in positivo o come nella maggior parte dei casi, darci anche in negativo, ma comunque darci un qualcosa, un’emozione, una sensazione, un brivido, qualsiasi cosa ma che alla fine si tramuta in un’emozione. Ecco perché prima vi parlavo di “droga”, e si ammetto che il gioco può portare a una dipendenza, ma il punto centrale a cui volevo farvi arrivare, è il significato che ha per me Viaggiare, e si il concetto di base e che per me questo gesto è molto simile a una dipendenza a una qualche sostanza, anche solo di caffeina, ma è una dipendenza per me. Per me viaggiare significa, partire senza una meta, saltare nel buio e seguire una strada fantasma, un orizzonte infinito, significa seguire una stella che non raggiungerò mai, significa soffrire, magari rimanerci anche male, piangere, ridere, bere, per me viaggiare è seguire è cercare quel “the end” alla fine di ogni film, ma non perché voglio una fine, non perché voglio trovare una certezza a cui aggrapparmi, semplicemente per dirgli come ogni bambino o bambina in questo mondo che si ritrova alla fine di un cartone o alla fine di una fiaba,che gli è stata raccontata da qualcuno, queste semplici parole, “me ne racconti un’altra?!”