Il fermo dello scrittore, o il fermo del viaggiatore?

Vi siete mai sentiti, nel vero senso della parola fermi? Intrappolati in un limbo, incapaci di cambiare, sia la vostra situazione, sia voi stessi come persona, come carattere, come idee, come scopi, come obbiettivi. Io in continuazione! Guardo la mia meta, la mia idea di viaggio vista dal punto di vista puramente filosofico, ideologico, cioè in pratica, quel viaggio che vorrei compiere, per potermi conoscere meglio, per poter capire quel qualcosa in più che ora come ora mi manca, o che non riesco ad afferrare, anche se mi sembra d’averlo sulla punta della lingua, ma mi sfugge continua a sfuggirmi giorno per giorno. Guardo in fondo alla via, e non riesco a vedere nulla, solo buio, solo rassegnazione, e mi viene il panico, devo dirlo; Eppure so esattamente cosa voglio dalla mia vita, o meglio so quali sono le mille cose che vorrei fare nella mia vita, anche se, come tutti noi sappiamo, non si sa neanche quanto dura questa vita, ma non è certo della morte che ho paura, anzi, forse quella, scusate la drammaticità dell’affermazione che sto per fare, ma quella è l’unica mia certezza, non tanto religiosa ma più che altro scientifica della vita, della mia vita. Eppure poi capitano alcune giornate, come queste, in cui mi sveglio e mi sembra tutto così fottutamente facile; mi guardo dentro, e non ho neanche bisogno di riflettere che subito so già come affrontare un determinato problema, mi sento libero, mi sento senza catene, so che al mondo non ci sono solo situazioni impossibili, ma ci sono anche le soluzioni per queste situazioni. E poi tutto ad un tratto, il NIENTE, come se per sbaglio avessi premuto il tasto reset delle mie sensazioni, e dovessi in un certo qual modo ri-imparare tutto quello che so di me e della mia vita in generale; mi fermo immobile a guardarmi, per poter cogliere qualche cambiamento, ma non riesco a percepire nulla, solo un certo rammarico per aver perso tutta quella sicurezza che avevo prima o che ho sempre creduto di avere, magari nascosta da qualche parte dentro di me. Sicurezza, che parola spaventosa. Ormai chiunque la usa per definire un probabile futuro, in cui desidera essere rispetto a questo presente pieno di incertezze. Ormai qualsiasi persona desidera, più di ogni altra cosa sicurezza, economica o lavorativa, magari sentimentale, familiare, ogni tipo di sicurezza che si possa pensare. Solo sicurezza, ormai l’adrenalina sembra essere solo un ormone, un mediatore chimico, un qualcosa di spiegabile solo in un laboratorio chimico; l’adrenalina non è più un termine che potrebbe descrivere uno stile di vita, un momento della propria giornata, o un esatto momento che si sta vivendo chissà proprio ora, no non è più cosi.

Ormai sembra che nell’aria, non ci sia neanche abbastanza Ossigeno per poter respirare a pieni polmoni, e potersi rilassare anche solo per un istante, per poi poter ricominciare a vivere, a sentirsi vivere, per poter poi dare una marcia in più alla nostra vita. Sembra praticamente che pian piano la chimica stia andando via da questo mondo, per far spazio alla meccanica rigida di questa società che ti obbliga a restare immobile, in uno stato di perenne ansia, e preoccupazione. Ansia, paura, futuro, ormai queste parole stanno diventando parte di noi, ci stanno cambiando, sempre di più; ogni secondo che passa ci cambia, sempre più preoccupati, impauriti, fermi, immobili. Sembra ormai che non riusciamo a cogliere altri termini, più positivi, o almeno più ottimisti; non riusciamo più a vedere il bello delle sfide, vediamo solo la difficoltà di queste, vediamo l’insicurezza che queste ci portano, vediamo un muro, non l’infinito dietro un cespuglio, vediamo solo l’assoluta negatività nel perseguire un obbiettivo. Ogni cosa che facciamo, e dettata da programmi, da calcoli, analisi, che portano a complicare la cosa stessa, senza lasciarci liberi di osare, di immettere nel nostro circolo sanguigno quell’adrenalina che sembra essersene andata insieme all’ossigeno da questo mondo. Forse è questa la soluzione, dovremmo far tornare l’amore per la chimica in questo mondo, e insieme alla chimica far tornare quel senso di libertà che ogni persona dovrebbe avere, quel senso di menefreghismo e anarchia mentale che porterebbe un po’ più di pepe in tutti e dico tutti noi; potersi buttare su un prato verde, senza pensare al fatto che ci si possa sporcare, andare in giro a fare una passeggiate potendo fischiettare senza pensare che la gente possa pensare male, poter correre sotto la pioggia senza pensare alle conseguenze, comprare un biglietto il giorno prima di essersi decisi di partire per una meta sconosciuta, poter prendere uno zaino e poter partire per chissà dove senza dover pensare alla famiglia alla carriera alla sicurezza. Da oggi insomma, non voglio più essere fermo, non voglio essere più sicuro, ma al contrario voglio essere sempre e dico sempre più INSICURO, voglio da oggi mancare di sicurezza, e poter scappare da tutta questa rigida condizione. Vorrei essere quello che davvero sento di essere!! Cosa!? lo scoprirò solo vivendo.

“siate affamati. siate folli.”

Nell’attesa: Io intanto Aspetto!

Lo so il titolo di questo articolo svela tutto e niente, e a molti potrebbe suonare illogico e irrazionale, addirittura grammaticalmente patetico, ma sapete una cosa, mi descrive, e non sapete neanche quanto, in un certo senso descrive anche molti di voi, anche se VOI non lo sapete. Era ovvio, che quel titolo dovesse centrare qualcosa mi direte voi, e sarebbe stato abbastanza inopportuno da parte mia deviarvi dall’articolo e quindi dalle mie stesse parole; non sono un’illusionista e non voglio nascondere nessun trucco al mio pubblico.

Eppure, è di questo che tratta l’articolo, non di trucchi sia chiaro, ma di parti nascoste, di cose non viste, di scene mai vissute, in un certo senso, parla di illusionismo, parla di come si possa maneggiare la realtà, in modi che a volte possono sembrare addirittura complicati, ai nostri occhi, e molto spesso anche ai nostri cuori, per poter far credere ad altri e in primis anche a noi stessi, che c’è qualcosa oltre la normalità, oltre l’effettivo ragionamento analitico della mente. Quel “qualcosa” non è di certo magia, anche se molti ci vorrebbero credere a quest’ultima, perché significherebbe poter sfuggire alla realtà, alle problematiche, alla patetica vita che alcuni magari vivono, NO! quel “qualcosa” non è di certo magia mi dispiace, ma anzi è pura chimica, è pura realtà, anche se molti non riescono a spiegarsi il fenomeno che sta dietro a tutta questa apparenza.

Ora, sono sicuro che molti di voi in questo momento staranno cercando un e-mail, o un numero per contattarmi, per chiedermi il numero e il nome dello spacciatore che mi ha donato tale e presunto trip letterario, e quasi filosofico, ma devo dirvelo, oltre a essere illegale per quanto concerne l’attuale legge italiana, sarebbe comunque impossibile da parte mia darvi tali informazioni, perché non sono le sostanze psicoattive a spingermi quest’oggi a scrivere questo articolo, e di certo non sono qui per scrivervi un poema come “alice nel paese delle meraviglie”, no quello che mi spinge a scrivervi di magia, di illusioni, di attese, è la speranza, brutale e affascinante allo stesso tempo. Spiegarvi ora come questa parola “speranza”, possa in un certo qual modo appropriarsi di così tante espressioni, e possa centrare qualcosa con questo articolo, con questo titolo, sarà abbastanza difficile per me, ma cercherò di essere il più semplice possibile, per portarvi alla mia stessa conclusione, che sarà poi, ovviamente assimilata da voi in diverso modo, cadendo forse nel mio trucco di prestigiazione.
Per poterlo fare, mi aiuterò con parole non mie, in quanto sono troppo belle per appartenermi, che fanno parte dell’opera di giuseppe verdi, “La traviata”, ovviamente non sono qui a raccontarvi la storia, e non vi dirò da chi tali parole nell’opera sono state pronunciate; quel che importa è l’emozione che queste affermazioni, coscienti o incoscienti che siano mostrano.

Ah sì, da un anno.
Un dì, felice, eterea,
Mi balenaste innante,
E da quel dì tremante
Vissi d’ignoto amor.
Di quell’amor ch’è palpito
Dell’universo intero,
Misterioso, altero,
Croce e delizia al cor.

Da queste parole salta subito all’occhio come un amore, o la speranza per un amore, di qualsiasi tipo esso sia, porta all’interno dell’animo umano emozioni contrastanti, e allo stesso tempo perfettamente collegate come parti di un puzzle; parallele e coincidenti, infinite e pur sempre limitate, quasi sospese nel tempo, un tempo indefinito certo, che diventa una “croce e delizia al Cor”, così come guardando uno spettacolo di illusionismo, aspettiamo la magia, la speranza per quell’illusione, che ci tiene tutti quanti con il fiato sospeso, così aspettiamo ugualmente con speranza quell’amore.

Ed è quindi questa la speranza di cui prima vi parlavo, un miscuglio di emozioni, così intimamente collegate da sembrare un tutt’uno, così come una persona triste si maschera di un sorriso, magari nell’attesa di partire, nell’attesa di prendere il proprio volo, la propria strada, o magari semplicemente per poter prendere coraggio e affrontare i suoi obblighi di studente universitario e poter far credere ad altri di potercela fare; ecco dove sta l’illusione, il mero trucco da quattro soldi che la gente usa per sentirsi quello che non è, ed è per questo che aspetto, per potermi godere meglio lo spettacolo, magari un po’ più da vicino, e poter in questo modo cogliere, la vera magia, il colpo di bacchetta, che mi porti magari chissà, nel paese delle meraviglie. Io intanto nell’attesa, zaino in spalla e m’incammino.

Esplorate, sognate,scoprite

“Tra vent’anni sarete più delusi per le cose che non avete fatto che per quelle che avete fatto.

Quindi

mollate le cime, allontanatevi dal porto sicuro.

Prendete con le vostre vele i venti.

Esplorate, sognate,scoprite. (M. Twain)”

Eccoci qui finalmente con il mio primo articolo, forse quello più importante per molti blogger, forse quello da cui dipenderanno tutti gli altri articoli, quello decisivo insomma. Sono però sicuro che con queste mie parole, mi brucerò la maggior parte dei visitatori, perché bisogna dirlo, alla maggior parte di questi non interesseranno le mie parole, i miei pensieri relativi al modo con cui affronto la mia “droga”, la mia dipendenza cronica dal voler viaggiare.  Proprio così, viaggiare, quell’azione per alcuni impulsiva, per altri pensata, ma comunque così puramente eccitante, da darti quella scossa di adrenalina, quel brivido dietro la schiena che solo quello basta per farti capire quanta emozione c’è in questo gesto. Molti pensano che viaggiare sia sinonimo di scappare, allontanarsi dai propri problemi, o da quella fonte di problemi, che ogni giorno ci sovrasta; forse quelle persone avranno pure le loro ragioni a pensarla così, ma detta sinceramente, non è quello che io penso del viaggio, ed essendo mio questo “spazio” queste parole, allora dovete almeno darmi il tempo di spiegarvi cos’è davvero per me questa azione così esaltante ma anche così difficile da compiere. Non voglio sembrarvi egoista, ma come in ogni cosa, bisogna sempre vedere le cose da un’angolazione diversa, per riuscire a percepire al meglio, e con esattezza, quello che una persona vuole farvi capire, quindi eccomi qui con la semplicità (o almeno spero), delle mie parole a parlarvi del mio viaggio o comunque del significato che ha per me il verbo viaggiare.

La storia, come ogni storia, inizia dal principio quando ero ancora un bambino alle prime armi, ancora intontito dalle fiabe e dalle filastrocche della maestra, che raccontavano di mostri e principesse, anche se, qui lo dico e qui lo nego preferivo la nintendo, con super mario, che praticamente mi raccontava storie molto simili a quelle della maestra, per esempio il livello dove bisognava salvare la regina, che è ancora impresso nella mia mente, e che mi faceva pensare molto spesso al perché andassi a scuola se poi praticamente la maestra mi andava a copiare tutta la storia di super mario, ma questa è tutta un’altra storia; comunque senza dilungarmi troppo sulla bellezza di super mario, per me da bambino purtroppo o per fortuna viaggiare significava essenzialmente e in poche parole, il dover trasferirsi da una casa all’altra dal mare alla montagna; e la cosa sinceramente non mi pesava così tanto, anche se ogni volta significava dover lasciare cose e persone che con molta probabilità sapevo non avrei più rivisto o comunque per la quale, non avrei più provato niente una volta dimenticati. Se sono sicuro di una cosa ora, e che da bambini è più facile dimenticare, o almeno per me è stato così, forse perché non volevo ricordare, forse perché sapevo che se avessi ricordato anche solo un amichetto sarei partito a piangere, e con molta probabilità uno dei miei fratelli m’avrebbe dato della femminuccia, quindi tirando le somme, è stato meglio così. Crescendo ho poi capito che cambiare casa, non era proprio un viaggio, ma era più una necessità che spinge le persone a tentare la fortuna in un’altro luogo, e in compagnia di altre persone, perché si spera in una vita migliore, e se si ha una vita migliore si ha una maggiore felicità, ma anche questo forse non è del tutto vero, perché crescendo sempre di più ho capito che non è proprio la stabilità economica a rendere felici le persone, soprattutto perché la stabilità economica in generale in una famiglia sembra non esistere del tutto, è un po’ quando si parla di babbo natale o la befana, esistono nell’immaginario comune ma non sono reali, non sono per definizione tangibili in un certo senso; e così ho visto, diventando adulto, anche se non mi definirei del tutto adulto (credo d’avere il complesso di peter pan), persone che hanno lasciato la propria vita per cambiare casa esser in generale, ancor più tristi della nuova situazione, perché dovevano praticamente sopravvivere per mantenere il loro status quo. E allora vai nel caos più profondo, non capisci più dove sia finito quel “vissero tutti felici e contenti” che c’era alla fine di ogni storia della maestra, quel “the end” alla fine di ogni film o cartone della disney, che dipingeva mondi così meravigliosi da volerci entrare per quanto belli erano e allora capisci o forse t’illudi di capire, che non sono le certezze a rendere le persone felici, e forse è proprio per questo che le persone giocano per esempio ai gratta e vinci, per poter sentire grattando quelle schede una sensazione di perdizione, sentire quel salto nel buoi che potrebbe in un qualche modo portarci in uno stato d’euforia generale, portarci a qualcosa a un qualche stato che quel gesto del grattare potrebbe darci, in positivo o come nella maggior parte dei casi, darci anche in negativo, ma comunque darci un qualcosa, un’emozione, una sensazione, un brivido, qualsiasi cosa ma che alla fine si tramuta in un’emozione. Ecco perché prima vi parlavo di “droga”, e si ammetto che il gioco può portare a una dipendenza, ma il punto centrale a cui volevo farvi arrivare, è il significato che ha per me Viaggiare, e si il concetto di base e che per me questo gesto è molto simile a una dipendenza a una qualche sostanza, anche solo di caffeina, ma è una dipendenza per me. Per me viaggiare significa, partire senza una meta, saltare nel buio e seguire una strada fantasma, un orizzonte infinito, significa seguire una stella che non raggiungerò mai, significa soffrire, magari rimanerci anche male, piangere, ridere, bere, per me viaggiare è seguire è cercare quel “the end” alla fine di ogni film, ma non perché voglio una fine, non perché voglio trovare una certezza a cui aggrapparmi, semplicemente per dirgli come ogni bambino o bambina in questo mondo che si ritrova alla fine di un cartone o alla fine di una fiaba,che gli è stata raccontata da qualcuno, queste semplici parole, “me ne racconti un’altra?!”